Il Mito e il Rito del Caffè

Il Mito ed il Rito del Caffè.

Non si può intendere il senso profondo che il caffè (e la bevanda da esso preparata) ha nell’immaginario della città di Napoli, e dei suoi abitanti, senza considerare la “caldaia” geografica e storico-culturale-sociale da cui il flusso caldo del “liquor/elisir di lunga vita” nasce e si diffonde.

Tralasciando le presenze, vere o presunte, all’interno della Bibbia, interessante è la leggenda, proveniente dal Monastero Chehodet nello Yemen, secondo la quale un monaco, avendo saputo da un pastore di nome Kaldi che le sue capre e i suoi cammelli si mantenevano “vigili” anche la notte, se mangiavano certe bacche violacee di alcuni arbusti, preparò con esse una bevanda nell’intento di restare sveglio per poter continuare a pregare. Altra leggenda, invece, si lega all’offerta fatta a Maometto, dall’Arcangelo Gabriele, di una pozione nera e bollente volta a liberarlo dalla malattia del sonno. Tale pozione, mandatagli da Allah, gli permise non solo di recuperare subito forza e salute, ma di essere in grado di soddisfare ben quaranta donne. Seguendo allora proprio tale racconto non sembra esagerato definire Il caffè come simbolo di una nuova cultura, di un nuovo modo di vivere, che si stava diffondendo nel bacino del Mediterraneo: l’Islam.

Bandendo l’alcol e ogni sostanza che inebriava, l’Islam modificò radicalmente l’identità culturale del Bacino del Mediterraneo:  con la sua diffusione, il Bacco greco-romano cedé il posto all’Apollo Nero arabico, l’elisir chiamato “KAWEH” (L’eccitante). A tal proposito sembra infatti che il termine “caffè” deriverebbe dal turco Kahve, a sua volta proveniente dall’arabo Qahwa, che vuol dire vino o bevanda eccitante e corroborante (i beduini pensavano addirittura che combattesse la sete). Il caffè fu poi, difatti, definito ‘Vino d’Arabia’ o ‘Vino dell’Islam’; il suo consumo fu allora promosso come bevanda conviviale, raggiungendo un utilizzo spropositato. Proprio in quei luoghi sorsero, così, i primi locali pubblici dove si consumava caffè, il quale venne associato ad uno stato di lucidità mentale, di maggiore sensibilità attentiva e percettiva.

Storicamente, a partire dal XIV secolo e sulle strade battute dai Turchi Ottomani, si hanno invece notizie della lenta ma progressiva invasione del caffè in Arabia, Egitto, Siria, Turchia. La primissima caffetteria, in ordine di tempo, si pensa sia stata difatti aperta, nel 1554, a Costantinopoli. Si rilevano, altresì, anche le prime testimonianze scientifiche sulla bontà del caffè e sulla sua capacità terapeutica. Avicenna, grande medico arabo, come il suo collega Rhazes, lo prescrivevano come medicamento. Nel 1570, invece, un medico-botanico veneziano, Prospero Alfino, che aveva soggiornato a lungo in Egitto e lì aveva scoperto la bevanda “di colore nero e di sapore simile alla cicoria”, pensò che anche ai suoi concittadini sarebbe potuta piacere. A Venezia, quindi, la pianta fu quindi inizialmente conosciuta come medicinale. Si può dire, allora, senza problemi che se da un lato il caffè riveste tutt’oggi un valore alimentare praticamente insignificante per quanto riguarda l’apporto energetico e nutrizionale, dall’altro risulta anche storicamente indubitabile il suo favore alcune importanti attività metaboliche e digestive, contribuendo a limitare l’introduzione incontrollata di alimenti e di calorie, favorendo così alcune azioni terapeutiche mediche.

Comunque, proprio sulla storia vediamo innestarsi nuovamente il mito. La leggenda vuole infatti che, quando i turchi di Kara Mustafà (invasori della penisola Balcanica) furono costretti ad abbandonare l’assedio di Vienna, nella fuga lasciarono indietro diversi sacchi di caffè. Da questi sacchi nacque l’amore degli austriaci per questo prodotto e, nel 1683, l’apertura del primo caffè viennese. Nello stesso periodo (alcuni però anticipano questa data al 1640 e addirittura al 1615) in Piazza San Marco, sotto le Arcate della Procuratie a Venezia, si dice fosse stata aperta la prima “bottega del caffè”. Da allora in poi sempre nuove “botteghe” sorsero ovunque, divenendo luoghi di incontro per discutere di affari, per fare quattro chiacchiere. La nuova usanza dilagò ben presto in tutta l’Italia: sorsero caffè poi divenuti celebri e importanti centri culturali, punto di incontro di scrittori, politici e studiosi d’ogni tempo. Anche i Francesi mostrarono, infine, di gradire molto la nuova bevanda: si dice che il celebre scrittore Balzac arrivasse a berne cinquanta tazzine al giorno. Insomma, verso la metà del ‘700 in tutta l’Europa e in America si beveva caffè.

Al tempo della Rivoluzione francese, i Caffè divennero luoghi di ritrovo dove si parlava soprattutto di politica, e dove si sviluppavano progetti e proposte. I Caffè francesi furono definiti “la stampa parlata della Rivoluzione”, e ogni locale si distinse come promotore di una tendenza politica. Si dice che tutti i più grandi illuministi furono forti bevitori di caffè, per essere svegli e preparati al dibattito; presso gli stessi turchi, d’altronde, sin da subito il caffè fu strettamente legato all’attività intellettiva, tanto che le prime caffetterie erano chiamate ‘scuole delle persone colte’ o ‘scuole del sapere’.

Sull’onda dell’eredità esperienziale parigina, il culto per il “luogo” e per il “rito” legato al caffè viene infine raccolto dalla città di Napoli, la più parigina delle città italiane, dove attecchì la moda francese del caffè chantant. Questo rito europeo, a Napoli, si arricchì inoltre di un’altra forma oramai tipica di condivisione, il ‘caffè sospeso’: chi è meno abbiente può cioè trovare, al bar, un caffè in omaggio pagato da un’altra persona, che lo lascia appunto in sospeso per chi vorrebbe fare parte di questo rito collettivo ma, invece, non può.

Proprio secondo la psicodinamica psicoanalitica dei gruppi, il rito è un modo per istituire dei legami, stabilire delle connessioni; in esso la ripetizione di modelli di comportamento contiene anche elementi di trasformazione. Il rito diviene allora performance, un modo di esprimere e mediare conflitti rappresentandoli, di produrre simboli ed anche affetti e cognizioni sul simbolo. Il caffè ed il suo rito, specialmente a Napoli, mette in campo proprio questo: il conflitto…quello tra gli elementi della natura; il conflitto che provoca l’emersione di nuove energie. Il rito diviene, così, processo di costruzione simbolica attraverso il quale vengono rappresentati gli elementi del ‘dramma sociale’ e gli attori che lo costituiscono.

La funzione rituale è, inoltre, collegata ad una tendenza del gruppo a definirsi in modelli strutturali ed organizzativo-sociali più definiti che, però, tendono naturalmente a disorganizzarsi in una dimensione caratterizzata da accentuati elementi di rischio e di precarietà. Al procedere della “strutturazione”, quindi, si oppone la condizione complementare del continuo “Fluire” esistenziale che attraversa momenti significativi della vita di ogni gruppo.

Il rito perciò mostra il proprio carattere peculiare proprio nel suo essere in relazione sia con la quotidianità dell’esistenza, che con la straordinarietà del momento del rito ed ha anche un rapporto con l’affettività, con quel senso di identità gruppale che Vittorio Lanternari così descriveva: “La funzione dei riti è quella di ratificare – reiterando simbolicamente i momenti e le gesta dei <fondatori> mitici, fissate nei miti di origine – la realtà del mondo, dell’uomo, della cultura: in breve riconfermare e periodicamente convalidare gli elementi della propria identità, attraverso il recupero delle prime matrici di essa, nel tempo del mito” (Lanternari, 1997).

Il caffè divenne così, presso i Napoletani, momento di aggregazione in famiglia e con gli amici, in privato e in pubblico. L’arrivo di ospiti o familiari in casa è, dal suo arrivo, accompagnato dalla domanda:”Vulite na tazzulella ‘e cafè?”. L’incontro occasionale di un conoscente per strada comporta l’offerta di caffè. Incontri di lavoro e decisionali o contratti economici vengono firmati davanti ad una tazzina di caffè fumante.

Come possiamo vedere, nessuna città ha manifestato una così grande devozione alla “divinità nera” ed al suo “rito” quanto Napoli. I Napoletani, infatti, hanno addirittura inventato un proprio privato rituale di preparazione, con una macchinetta che è conosciuta come la “NAPOLETANA” e che racchiude in sé tutta l’identità alchemica di questo popolo. Infatti, come un vero e proprio alambicco alchemico, La macchinetta per il caffè napoletano è costituita da una piccola caldaia che va riempita d’acqua (elemento Acqua). Su di essa viene sistemato un filtro riempito di polvere di caffè (elemento Terra); sul filtro viene poi avvitato il bricco (la parte della macchinetta dotata di manico e di beccuccio); così composta, la macchinetta è infine sul fuoco (Elemento Fuoco).

Per un buon caffè, la miscela è quindi un elemento importantissimo. Il Maestro Peppino De Filippo raccontava l’utilizzo, a Napoli, dell’”abbrustulaturo” e dell’atmosfera che intorno a questo si creava, il profumo che si diffondeva nei vicoli segnalandone il processo (Elemento Aria). De Filippo narra cioè che le famiglie indigenti abbrustolivano da sé il caffè, poiché così costava meno. L’”abbrustulaturo” era un cilindro lungo dai 30 ai 60 centimetri, appoggiato, per mezzo di un perno posto ad una delle due estremità, ad una scatola in metallo, alla base della quale vi era una griglia per accendere la brace. All’interno del cilindro andavano inseriti i chicchi crudi di caffè e, continuando a girare la manovella posta all’altra estremità del cilindro, li si facevano rovesciare sempre su se stessi finché non diventavano color “manto di monaco”.

Ma altrettanto importante è l’acqua. Si dice che il segreto dell’ottimo caffè che si fa a Napoli sia legato alla mitica acqua del Serino (che, però, non arriva più a Napoli da decenni).  L’acqua da impiegare per il caffè deve comunque contenere poco calcare, e dev’essere fresca (ovvero, non deve essere già calda). Per un buon caffè, come per qualsiasi cosa buona, non bisogna avere fretta, bisogna donarle la giusta attenzione e tempo.

Nella macchinetta, inoltre, la polvere deve essere disposta, necessariamente, a “monticello”: una montagnola di caffè che va edificata con cura, aggiungendone un po’ per volta con un cucchiaino. In conclusione del procedimento si avvita strettamente il bricco sulla base e si pone tutto sul fuoco tenuto basso; come detto sopra, il rito del caffè non ammette frette di alcun genere. 

Per fare un buon caffè ci vuole infine orecchio. Non appena si comincia a sentire il caratteristico brontolio che testimonia il passaggio dell’acqua dal filtro alla superficie, occorre spegnere la fiamma. Perché, come per il fuoco del Vesuvio, il processo creativo e rigenerativo necessita di energia, ma non troppa.

Tutto questo procedimento rituale si collega a quanto sostenuto, nel 1983, da Francesco Corrao proprio sul rituale. Egli riteneva che il rito ha, simbolicamente, la funzione determinante di offrire una organizzazione di senso al flusso passionale favorendo un processo di costruzione identitaria. Proprio per questo, lo stesso Corrao mette in guarda sul rischio di perdita della funzione rituale, la quale garantisce l’azione simbolica del rito come fatto costitutivo e unificante dell’uomo in società ed in gruppo, allo stesso tempo come fattore, espressione di differenze culturali, anche radicali.

Preservare questo rito che, come abbiamo visto, unisce Sud e Nord del Mediterraneo e trova, nel popolo napoletano, il suo più alto cultore e sacerdote, diviene impegno identitario per ognuno di Noi…proprio per questo: “Prego, assettateve…vulite na tazzulella ‘e cafè?”.

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